4 novembre 2009
Fonte» Cronacaqui.it
La morte di Danilo Ciccarino camuffata da suicidio. Svolta nelle indagini dopo gli esami autoptici
Agente carcerario delle “Vallette” giustiziato dai boss
TORINO 04/11/2009 – Non si è tolto la vita, Danilo Ciccarino, 28 anni, ma è stato ucciso. Svolta nell’inchiesta sul presunto suicidio dell’agente di custodia in servizio alle Vallette e trovato cadavere il 2 marzo scorso. Il corpo senza vita dell’uomo era all’interno di un’auto, una Citroen C2 di sua proprietà, completamente carbonizzato. In grembo la Beretta calibro 9 di ordinanza e un foro di uscita di proiettile nella nuca.
Ciccarino aveva lasciato Torino 19 giorni prima per una lunga licenza che aveva deciso di trascorrere a Priverno, in provincia di Latina, dove risiedeva la mamma e il suo convivente. La vacanza volgeva al termine il giorno successivo il giovane sarebbe dovuto rientrare a Torino e riprendere servizio.
Ma, alle prime luci dell’alba, il suo corpo è stato ritrovato senza vita in in località Mazzocchio, una zona industriale tra Priverno e Fossanova. Apparentemente sembrava essere un suicidio ma gli scrupolosi esami autoptici richiesti dal sostituto procuratore Gregorio Capasso, magistrato della procura di Latina, hanno dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che Ciccarino non si è sparato. Un colpo in bocca, esploso alla giovane guardia carceraria da un killer mentre due complici del’assassino lo tenevano fermo. Una vera e propria esecuzione che, verosimilmente, è stata perpetrata fuori dall’auto. Poi, il corpo, sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stato posto all’interno della vettura, cosparsa di benzina e bruciata per cancellare ogni traccia dell’agguato.
Ma quella pallottola, che certamente è uscita dalla scatola cranica del giovane, non si è conficcata sul tettuccio dell’auto, non è stata trovata all’interno dell’abitacolo e neppure nei pressi della vettura. Non solo, la quantità di monossido di carbonio, rinvenuto nei polmoni della vittima, sarebbe così bassa da far supporre che quando l’incendio si è sviluppato Ciccarino fosse, se non già morto, certamente in agonia e, dunque, non sarebbe stato lui a dare fuoco alla Citroen.
Dunque, alla luce delle nuove prove, cadono tutte le ipotesi a sostegno del gesto insano, compresa una presunta delusione d’amore, e i magistrati di Latina passano ora al vaglio la vita e i rapporti intrattenuti dal giovane a Torino, in modo particolare nel suo ambiente di lavoro. Una richiesta da parte dei magistrati laziali ai colleghi torinesi per sentire a “sommarie informazioni”, in qualità di testimoni, i colleghi della vittima e alcuni detenuti, sarebbe già stata inoltrata alla procura piemontese.
Si intendono verificare, prima di tutto, alcune voci relative a minacce che Ciccarino avrebbe ricevuto a Torino da parte di qualcuno che gli aveva chiesto favori legati al suo lavoro. Richieste che Ciccarino avrebbe respinto senza esitare e delle quali, forse, avrebbe parlato con qualche suo collega. Gli sarebbe stato chiesto di veicolare, all’interno delle Vallette, informazioni (o altro) destinate a un pregiudicato legato alla Camorra e che fino allo scorso anno era detenuto in città.
Dunque, il secco rifiuto di Ciccarino, secondo i “rumors”, sarebbe stato alla base della sua “condanna a morte”, eseguita lontano da Torino e camuffata come il più classico dei suicidi. La madre del giovane, Franca (il ragazzo aveva anche un fratello più giovane, Michel e una sorella che vive a Milano) e il suo convivente Raffaele, capocantiere edile, assistiti dall’avvocato Antonio Sacco, non hanno mai creduto all’ipotesi del suicidio: «Quella sera – hanno ricordato – Danilo aveva premura di prelevare dal bancomat i soldi occorrenti per il viaggio a Torino, in quanto il mercoledì successivo avrebbe dovuto riprendere servizio e, per quel motivo, uscì di casa».
Marco Bardesono – bardesono@cronacaqui.it